SEO e ORTO-grafia

by francesco 336 views0

Oggi parliamo di copywriting, anzi di SEO copywriting, a patto che esista, ovviamente. In particolare ci concentreremo sugli errori di ortografia per capire se e quanto impattano sulle valutazioni di Google rispetto alla rilevanza.

seo e ortografia
seo e ortografia

Cominciamo col dire una cosa importante: nel complesso di un testo generoso, qualche parola scritta male non ha mai inciso tantissimo sulla probabilità che un contenuto si posizionasse bene tra i risultati organici. Il contesto di significazione non può essere scalfito da un refuso qua e là. È tuttavia interessante notare che fino a qualche anno fa, Google lasciava un “buco” di comprensione nel punto in cui trovava l’errore di ortografia e ciò comportava il rischio di perdere il senso dell’intera frase. Oggi Google evolve in modo tale (e in continuazione) da evitare di lasciare quel buco, dunque nel contesto della semantica frasale, il singolo termine scritto male viene sostituito dal motore di ricerca con quello che più probabilmente è il termine corretto, in modo da restituire valore alla singola frase.

E quindi?

La prima considerazione è che non c’è più da preoccuparsi del refuso come qualche anno fa, ma non per questo è cosa buona pubblicare articoli pieni di refusi. Insomma, che non sia una scusa per evitare la rilettura del testo. Non è cosa buona perché gli utenti sono i giudici di un contenuto che Google propone loro, dunque la rilevanza che inizialmente Google vede in un testo, deve avere l’avallo del pubblico, altrimenti il contenuto verrà declassato fino a non essere più visibile tra i risultati del motore di ricerca. “avallo” significa tempo di permanenza, frequenza di rimbalzo, condivisioni, backlink, menzioni e qualunque altro segnale Google riesca a cogliere con i propri mezzi, tutt’altro che limitati.

Punteggiatura, il vero nemico

Il grosso problema nella comprensione algoritmica della semantica frasale – che comunque non riguarda il contesto complessivo dell’intero testo – non è negli errori di ortografia, ma in quelli di punteggiatura. Una virgola in più o in meno, un punto messo di sfuggita o non messo affatto può cambiare completamente il senso della frase. A questo punto avere o meno errori di ortografia può essere irrilevante, perché se i singoli periodi non sono collegati bene tra loro, il significato sarà comunque soggetto a interpretazioni… e come sappiamo Google associa, non interpreta.

La comprensione su base associativa è spesso tale da confonderci, perché a volte Google sembra davvero riuscire a capire cosa intendiamo come se interpretasse un fantomatico “sotto testo”, un non detto magicamente intuito per grazia e virtù dello Spirito Santo. Non è così. Sembra, ma non è così. È che piuttosto Google non si limita più ad associare singoli termini con altri per creare il contesto di significazione, ma compie il passaggio successivo: associa intere espressioni, compresi i modi di dire che ha assimilato e li utilizza per cogliere un valore che va al di là della semplice funziona denotativa. Google cerca di “connotare” i contenuti e dargli un senso al di là dei singoli termini che lo compongono. Lo fa perché è ciò che fanno le persone, quindi è la naturale evoluzione per un software che deve capire cosa c’è dietro una ricerca. Ed ha perfettamente senso.

Gli errori “voluti”

Argomento su cui ho fatto diversi test in passato. I termini scritti male apposta, vengono corretti automaticamente nella fase di parsing del testo da parte dei motori di ricerca, a patto che sia chiaro il contesto di significazione e che la punteggiatura sia opportuna. Non ci sono dunque problemi per quanto riguarda i refusi volontari che a questo punto diventano un’esca per gli utenti, come nel caso del mio esperimento sul “Coprywater” che è diventato un fenomeno virale di cui ancora si parla.

In quel caso addirittura i segnali di rilevanza per la pagina del mio blog furono talmente tanti da far venire a Google il dubbio che il termine Coprywater non fosse semplicemente un modo sbagliato di scrivere Copywriter, ma una sua sfumatura dotata di significato proprio (come in effetti è). A riprova di ciò abbiamo che il singolo termine è diventato chiave di ricerca con un proprio volume e una precisa tracciabilità mediante i software di business intelligence come Semrush:

Le correlate di “coprywater”

Conclusioni

Due considerazione per concludere, la prima è che non ha senso preoccuparsi di errori più o meno voluti o della correttezza della punteggiatura se il tuo sito web si apre in 5 secondi e per vedere il titolo del singolo post devi scrollare. Un buon testo non è un buon contenuto. Significa che il tuo sito web deve essere “trasparente”, nel senso che l’utente non deve percepire di navigarlo, deve solo fruire il contenuto immediatamente e comodamente. Per farti un esempio, considera che quando i denti sono sani e non ti fanno male, nemmeno senti di averli in bocca. Stanno là e basta, appunto trasparenti. Così dev’essere il tuo sito web. Non deve far male a chi lo usa.

La seconda considerazione riguarda il contesto di significazione. Il mio blog parla (più o meno) solo di SEO, proponendo dunque un contesto abbastanza circoscritto e tale da accogliere il termine “coprywater”, ma se il tuo sito web parla dei massimi sistemi e insieme di pizza e fichi, è normale che per Google sarà ancora più difficile coprire quei buchi che vengono dai refusi e dalle sintassi poco accurate.

Come sempre, risolto un problema di conoscenza, se ne aprono altri.

Mettiti comodo, questa è la SEO.