People are Media, e quindi?

by francesco 1.7K views0

… Buongiorno. Mi chiamo Aldo e mi chiamo Silvio. Sono l’ultimo modello di Homo Sapiens, figlio dell’età digitale. Brandisco uno smartphone, con cui faccio foto al contrario, nel senso che inquadro me stesso con uno sfondo. Ho mille amici che non conosco nemmeno, e grazie alla mia totale devozione alla reperibilità lavoro ventidue ore al giorno. Poi tornando a casa vado al supermercato, o su internet. E acquisto prodotti. E spendo soldi. Questo libro parla delle cose che ho appena messo nel carrello, e di come ci sono finite. ]

People are Media
People are Media

Con queste parole si conclude l’introduzione al libro “People are Media” di Aldo Agostinelli e Silvio Meazza, edito da Mondadori. Ho letto il libro ultimamente domandandomi più e più volte quale fosse il senso di descrivere ancora un mondo digital in cui trascorriamo tutto il nostro tempo a farci selfie in modo schizofrenico, mettere like in maniera compulsiva su frasi di personaggi famosi postate da “amici” che non conosciamo e facciamo assorbire tutte le nostre informazioni personali da un internet sempre più affamato di big data. Poi ho capito: il testo parla anche di blockchain, quindi c’è la novità.

È un libro al passo coi tempi, che descrive l’attuale, per altro ha il testo allineato a sinistra, non giustificato (come dovrebbe essere), ed è scritto bene, ma con qualche virgola di troppo, più o meno come quest’ultimo periodo che hai letto.

 

Le persone al centro

Nello scenario Orwelliano descritto ancora una volta, in cui le persone sono sostanziali vittime dei loro device e in tutto assoggettate alla cultura schermica che le rende scimmie ammaestrate, gli autori ci ricordano quanto siamo in balia di noi stessi, del nostro essere media impazziti, dell’ego che ci porta a rincorrere i racconti identitari altrui e a costruire i nostri a tutto vantaggio di aziende che osservano le nostre condotte per motivi di profilazione.

È questo il paradosso dell’essere tutti collegati in tempo reale. Puoi fare tutto, raggiungere tutti, ma allo stesso tempo sei incatenato allo smartphone, costretto da forze oscure ad aspettare 30 secondi di pubblicità non skippabile per vedere un video che ne dura 8, in cui non si capisce niente, però dal titolo sembra il contenuto della tua vita.

Ma cosa resta quando il digitale rompe tutti gli schemi esponendoti a un bombardamento incontrollabile, fatto di narrazioni patinate e frasi di plastica. Resti tu, a patto di saperne venire fuori.

 

Il business della distrazione

“People are media” trasmette (troppo) implicitamente un messaggio di speranza affidato all’uso lungimirante delle tecnologie digital per gestire questo stato di cose. Ciascuno di noi è inconsapevolmente un media, dunque aggiungere un passaggio di consapevolezza può forse aiutarci a uscire dal business della distrazione che tutti contribuiamo ad alimentare. Se il consumo di video YouTube è triplicato negli ultimi anni (maledetti gattini) e allo stesso tempo le condivisioni su facebook hanno raggiunto numeri stellari, possiamo – direi dobbiamo – imparare a selezionare per evitare orge di intrattenimento dissennate e semmai capire come comunicare per ottenere davvero un vantaggio concreto per noi stessi, senza lasciarci abbindolare da onanismi cybernetici e quadrupedi pelosi.

 

Cosa manca in questo libro

Gli autori sono esperti di comunicazione di lungo corso. Spiegano con cognizione di causa il mondo digital per quello che è oggi. Ci descrivono il motivo per cui acquistiamo o non acquistiamo su internet, il modo in cui veniamo coltivati in quanto “clienti” e ci raccontano la gabbia dorata in cui ci “intratteniamo”. Forse in questa eccellente proposizione di dati e notizie, in questa disamina dell’attuale, ci si sarebbe aspettata qualche parola in più su come uscirne, magari su come “diventare media” in senso utile e non una mera (pur documentata) descrizione dei motivi per i quali lo siamo tutti.

Che abbiamo un’antenna sulla testa lo sappiamo già. Lo sa chi si occupa di comunicazione, ma anche l’uomo della strada e l’intellettuale anzianotto genericamente attento alle tematiche di cultura e società, a cui forse è dedicato questo progetto editoriale. Lo sappiamo non perché lo racconta Montemagno e nemmeno perché ne parla Frank Merenda, ma perché lo diceva McLuhan 50 anni fa… e perché guardiamo i talent show alla TV.

 

Conclusioni

Una fotografia aggiornata di una buona parte del mondo in cui viviamo, che proprio in quanto fotografia e in quanto aggiornata, tra un anno sarà buona per il macero. Un testo descrittivo sicuramente utile nei prossimi mesi a giornalisti economici, per ricavare dati da inserire nei loro articoli e genericamente ad un pubblico di over settantacinquenni di cultura media, quindi un’ottima scelta per una casa editrice che punta a vendere tanto.

 

Da leggere assolutamente, per rispondermi a tono.

🙂