L’Avarizia Cognitiva e la SEO

by francesco 1.8K views1

avarizia cognitiva
avarizia cognitiva

Oggi parliamo di un meccanismo mentale in base al quale spesso le persone scelgono cosa leggere, cosa comprare, cosa imparare ecc. L’avarizia cognitiva può tornarci utile nella SEO?

Da qualche altra parte c’è di sicuro un contenuto migliore di questo da consultare per capirne di più rispetto all’avarizia cognitiva. Questa è l’idea alla base per cui dobbiamo trovare subito risposte alle nostre domande.

Il principio dell’avarizia cognitiva è che le nostre risorse mentali da dedicare ai nuovi oggetti di conoscenza sono limitate dal fatto che dobbiamo già elaborare un’elevata quantità di informazioni. Questa scarsità di risorse cognitive, percepita come mancanza di tempo, è alla base della generazione di euristiche, cioè scorciatoie cognitive. Per fare qualche esempio:

 – Se una borsa costa tanto dev’essere fatta bene

 – Se lo dice il mio leader politico di riferimento è vero

 – Se una ricetta è su Giallozafferano dev’essere la migliore

In base a queste euristiche ogni giorno decidiamo come comportarci rispetto ai consumi, credendo di compiere scelte razionali, senza renderci conto che i modelli che applichiamo alla realtà per giudicarla vengono sempre dall’esterno e non ci appartengono mai. Tutto quello che sappiamo, perfino tutto quello che diciamo è frutto del nostro apprendimento. Trovare qualcuno che esprima davvero un concetto originale è un fatto rarissimo. Spesso si arriva a dire qualcosa di nuovo a partire dall’incomprensione in sede di apprendimento. Tra i più grandi innovatori della storia ci sono individui che hanno cambiato le cose commettendo errori perché semplicemente non avevano compreso come si facesse ciò di cui si occupavano. Il mondo appartiene a pochissimi tra coloro che non riescono a usare il manuale d’istruzioni. Per questo amo il mondo della SEO. Ci trovi un sacco di persone fuori dal comune…

Google e l’avarizia cognitiva

Questo stesso principio euristico riguarda anche il motore di ricerca, che in un certo senso sembrerebbe aver preso il peggio dagli esseri umani. Anche Google come noi tende a premiare un contenuto con un buon posizionamento quando si trova su di un sito popolare e credibile. 

Il senso è:

Se la ricetta è su Giallozafferano dev’essere la migliore

Questo può avvenire indipendentemente dalla qualità intrinseca della singola ricetta. Vuol dire che probabilmente ce ne saranno di migliori su altri siti web, però Google premierà Giallozafferano perché ormai ne ha più fiducia a prescindere.

Google risolve l’avarizia cognitiva con il Trust rank

Un sito trust è un punto di riferimento tanto per gli utenti che ci cliccano volentieri quanto per Google che attribuisce valore (spesso) a scatola chiusa. 

Posso posizionarmi meglio di un sito Trust?

Ma perché Google ha bisogno di comportarsi come noi, potendo scansionare miliardi d pagine web al giorno? te lo sei mai domandato? È davvero così limitato?

Credo che il problema all’origine sia ancora una volta legato alla semantica, cioè specificamente al livello di comprensione del testo. Google ha abbastanza risorse per valutare tutte le pagine web del mondo, il problema è che troppo spesso non riesce a farlo perché il suo livello di avanzamento sulla semantica frasale, cioè sullo studio del significato delle co-occorrenze, non è ancora tale da consentirgli di fare le giuste associazioni rispetto a testi pieni zeppi di proposizioni subordinate.

Come possiamo aiutare Google?

Il mio consiglio è aiutare Google a capire meglio quello che scriviamo, senza girare troppo intorno ai concetti che intendiamo esprimere e limitando l’uso di proposizioni subordinate a due.

Se Google capisce sulla base di associazioni semplici, dobbiamo imboccarlo come fosse un bambino. Prova a rileggere ad esempio il mio articolo sulla SEO di Aranzulla e in generale studia il suo modello compositivo. 

Secondo me in parte si diventa una fonte trust anche facendosi capire meglio dai nostri interlocutori, non trovi?