Una Laurea, Servirà a Qualcosa?

by francesco 810 views0

Vale ancora la pena laurearsi in comunicazione? È solo un luogo comune il fatto che il livello di preparazione di uno studente appena uscito dall’università sia inconsistente?

laurea serve a qualcosa
laurea serve a qualcosa

Proprio ieri mi sono trovato a condividere un post di Claudio Gagliardini che faceva una considerazione interessante e condivisibile:

«Che Paese strano, l’Italia… non facciamo che ripetere, da sempre, che il nostro sistema scolastico è il peggiore d’Europa, che la scuola e il mondo del lavoro sono distanti anni luce e che le nozioni che ci impongono non ci serviranno a nulla, dopo.

Poi, però, nel “Paese reale”, uno dei parametri più importanti nella valutazione dei candidati è proprio quello del titolo di studio, con i suoi annessi e connessi. Vogliamo chiamarlo masochismo, ipocrisia o cosa..?».

Ma ti pare normale?

Siamo uno strano Paese, in cui conta avere un titolo di studio “magistrale” che attesta due cose:

  1. Che non sei pronto a lavorare in comunicazione 
  2. Che hai sgobbato per 5 anni a tale scopo.

Ormai tutti sanno benissimo questa cosa e perfino i professori universitari, mentre sei “dentro” ti dicono che una volta fuori dall’università non saprai fare niente. Ma cosa diresti ad un ente di formazione che una volta pagato ti dicesse la stessa cosa? Forse qualcosa come «Ok, ridatemi i soldi, non ho tempo da perdere». Condivisibile, eppure non succede, come mai?

La verità nel passato

L’università ha un posizionamento che non merita, perché beneficia del fatto di essere la più antica istituzione deputata ad erogare un titolo di eccellenza. Secondo me il problema è culturale, nel senso che la nostra civiltà ci ha abituati a ragionare sul principio di causa ed effetto. Se ho il raffreddore è perché ho preso freddo, se conosco una cosa è perché l’ho imparata prima. A beneficiare di quest’ordine di cose sono appunto le grandi istituzioni, che giustificano la propria esistenza dicendoti che c’erano già prima di te. I governi, la chiesa, le università, sono importanti e credibili perché “c’erano”, non perché abbiano uno “scopo”.

La verità nel futuro

Ad un livello di pensiero che sfortunatamente non ci appartiene, quello che succede non viene determinato dal nostro passato, ma da quello che dobbiamo fare, cioè dal nostro futuro. Ormai è sotto gli occhi di tutti, come fa notare Sibaldi, che le cose non ci capitano solo come conseguenza delle nostre azioni, ma anche per farci capire come comportarci in seguito. Sì, il presente è in parte determinato dal futuro, ed è per questo che devi separarti dalle idee imposte culturalmente. L’università non viene scelta pensando al futuro, ma pensando al passato. Lo so che ti sembra strano, ma è quasi sempre così.

Un mio caro amico (solo l’ultimo di 1.000 esempi) ha sostenuto proprio due giorni fa un colloquio per uno stage in un’importante agenzia di comunicazione. Appena uscito dall’università era preparatissimo su come Barilla curasse la propria brand Identity, ma sostanzialmente non sapeva niente che fosse utile per superare il colloquio per uno stage. In questo passaggio c’è il fallimento di un’istituzione vecchia di mille anni. Forse troppo.

Conclusioni

Chiaramente questi ragionamenti non valgono per tutte le facoltà, ma per tante sì. Una grossa fetta di responsabilità è dei singoli docenti, che invece di lamentarsi del fatto che certi insegnamenti non sono ancora ammessi, dovrebbero cominciare a trasmetterli indipendentemente da quello che viene stabilito nel senato accademico, senza relegarli a momenti seminariali e nozionistici. 

Si tratta di avere il buon senso di capire che se un neolaureato in comunicazione non è in grado di sostenere il colloquio per uno stage in agenzia a meno di non avere in tasca un master da 6.000 euro (minimo), l’università sta sbagliando tutto.

Ora sarebbe bello che qualche docente, magari del dipartimento di scienze sociali della Federico II di Napoli, leggesse e commentasse quest’articolo, così, per vedere se ancora respirano…