Perché Google continuerà a lavorare sull’Author Rank

by francesco 1.7K views0

Sulla fine dell’authorship si sono già dette tante cose, oggi proverò a spiegarti perché l’author rank non è un semplice mito da sfatare nella SEO, e come svilupparla attraverso la “mention building”.

Author Rank
Author Rank

Ebbene sì, l’authorship ci ha definitivamente lasciato. Credo sia poco utile, sebbene interessante, comprendere i motivi per cui l’establishment di Google abbia deciso di rimuovere dalle serp gli attributi di “paternità” degli contenuti web. 

Le faccine spingevano a cliccare sui contenuti indipendentemente dalla loro qualità? Probabile, soprattutto sulle serp (non quelle SEO) in cui erano solo in pochi ad aver implementato l’authorship, ma non è tanto di questo che voglio parlarti oggi, quanto di author rank, il dispositivo di attribuzione di ranking sulla base dell’autorevolezza della fonte, di cui l’authorship era solo un’appendice, non il principale vettore. Voglio usare questo post per approfondire i motivi sociologici, in base ai quali il rank per autore continuerà ad essere perseguito da Google.

Intanto nel mondo SEO esiste una contrapposizione tra chi sostiene che l’author rank non sia mai esistito e chi crede al contrario, che abbia un peso nell’attribuzione di ranking. Io sono tra questi ultimi e sostengo con forza che l’authorship e l’author rank non fossero collegati in modo così stretto come abbiamo pensato tutti fin dal 2011.

La sensazione che ho sempre avuto è che Google raccogliesse isegnali intorno a un autore, provenienti da TUTTO il web, esattamente come raccoglie segnali riguardanti i progetti web in senso lato. 

Sociologia dei gruppi e author rank

Ho già detto in passato che un autore può pubblicare 1.000 articoli su di un argomento senza essere reputato autorevole. Nella psicologia sociale si parla chiaramente di come un individuo venga accettato come parte di un gruppo quando non solo se ne percepisce all’interno, ma quando viene percepito allo stesso modo dagli altri membri del gruppo. Non è la quantità di materiale che produci, ma quanto vieni percepito autorevole nel tuo gruppo di appartenenza a fare di te una fonte degna di nota. Tale percezione arriva a Google attraverso lecitazioni con o senza link, contestualizzate sui social network, nei commenti sui blog, negli articoli tecnici, nelle interviste, nei forum. Non sono il numero di fan o quello di like/+1 secondo me a lanciare il segnale di autorevolezza della fonte, ma le menzioni provenienti da altri autori influenti, sulle piazze influenti, nelle modalità sopraccitate.

La settimana scorsa Ale Agostini al telefono addirittura mi diceva che l’autorevolezza passa anche attraverso le interazioni di personaggi famosi al di fuori dell’ambito di interesse, come dire che un commento di Vasco Rossi sul mio articolo postato su G+ migliorerebbe il mio author rank in generale. Appena riesco a farmi menzionare dal Blascoti faccio sapere, intanto so già a cosa stai pensando: posso riprodurre le menzioni manualmente su blog e forum? Certo che si, ma non provenendo tali menzioni da fonti autorevoli, avranno effetti limitati rispetto a quelle provenienti dai notabili.

Mention Building

Quello che in definitiva ti consiglio è trovare il modo (magari interagendo a tua volta e producendo valore) di ottenere menzioni sulle piazze di cui ho parlato prima, e di collegare il tuo business a te attraverso il rel=author. Come dici? Google non lo prende più in considerazione? Ma certo, non lo ha mai preso in considerazione, deve solo aver chiaro che l’autore sei tu. Tutto il resto, come sempre, dipende da te.

Appendice polemica per i criticoni:

Alcuni sostengono che il personal branding e la SEO siano due cose distinte e separate. A questi rispondo che in quanto sociologo, il mio modo di fare SEO si basa più sui link dalle persone vere che dai siti (spesso) finti. Forse i risultati in serp arriveranno più lentamente, però saranno molto più stabili nel tempo. Chi non è d’accordo, spero ami le sorprese…