Le Emozioni come Fattore di Ranking

by francesco 1K views0

Sappiamo già che Google analizza i documenti web sulla base della frequenza e della distribuzione delle co-occorrenze testuali, ma come si comporta con le emozioni?

emozioni fattore di ranking
emozioni fattore di ranking

Ogni tanto il venerdì mi piace lanciare qualche parola al vento, ché non lo sai mai dove le fa arrivare, il vento. Secondo Max Wilson i motori di ricerca funzionano come una biblioteca pubblica un po’ particolare, in cui non hai bisogno di cercare un libro in particolare, perché il sistema di dati archiviati è tale da risponderti direttamente con le informazioni di cui hai bisogno.

 

E di cosa hanno bisogno le persone

Qualora te lo fossi mai chiesto, possiamo suddividere i contenuti web in due macroaree, quelli che informano su come si fa una cosa e quelli che emozionano. Le persone sul web, quelli che chiami “utenti” cercano informazioni ed emozioni. I due maggiori poli destinati a veicolare questo genere di contenuti sono rispettivamente GoogleFacebook. Nel primo caso sono le persone a cercare le informazioni, mentre nel secondo è come se gli stessi contenuti emozionali venissero a cercarti, ovunque tu sia, a qualunque ora del giorno e della notte. Gattini ovunque!

 

Entità separate?

In quest’ordine di cose, l’errore da non commettere è considerare il livello della consultazione e quello emozionale come due entità separate. Nel futuro i SEO sapranno bene che Google è al corrente del fatto che trattare gli aspetti emotivi di un fenomeno può aumentare il tempo di permanenza in pagina oltre che il numero di pageviews. Eppure Google non può “misurare” quanto è emotivamente valido un documento web. Non come facebook.

 

Latent Emotional

Hai presente l’algoritmo con il quale ogni tanto Facebook ti mostra gli aggiornamenti di stato relativi allo stesso giorno degli anni passati? Proprio due Giorni fa, Dario Caregnato ha fatto una considerazione (si scherzava tra noi) su questo sistema ribattezzato dal mio amico Andrea De FrancescoLatent Agony Recaller”. È incredibile come Facebook riesca a farti ricordare con tanta efficacia quanto sei stato felice oppure quanto sei stato un idiota e più in generale tutte le situazioni a più alto valore emotivo, indipendentemente dal tipo di engagement che tali post hanno sviluppato. Secondo Dario dev’esserci qualcosa di (parecchio) più complesso dell’edge rank dietro un simile funzionamento. Qualcosa di incredibilmente sofisticato che non vediamo, ma che vede noi.

 

Come criceti sulla ruota

Pur sperando di non essere additato come il Giulietto Chiesa del marketing digitale, non posso fare a meno di notare come in effetti pare che certi contenuti ti vengano proprio a cercare, indipendentemente da quanti like e condivisioni abbiano maturato. L’unica risposta che riesco a dare sul come sia possibile, è che in qualche modo la “macchina” riesca a riconoscere certe figure nei video e nelle foto oppure (o anche) che riesca a farsi un’idea sul “mordente” emotivo del post da certi frammenti isolati del testo che li compone. 

Insomma, dev’esserci una tecnologia in grado di valutare quanto un post su facebook saprà far presa sul pubblico, prima che ciò avvenga. Su questa tecnologia si basa il fatto che molti siti web, in special misura legati a realtà editoriali, vedono il numero di visite referral da facebook in forte crescita rispetto al traffico organico da Google.

 

Conclusioni

Se Facebook riesce davvero a rendere certi post più visibili di altri in questo modo, sarà solo questione di tempo prima che Google riesca a fare altrettanto, anzi, chi ti dice che non lo faccia già? Hai mai provato a concepire un’ottimizzazione “emotiva” per gli articoli del tuo sito web? Che succederebbe se nel tuo blog turistico inserissi qualche immagine di neonati o di gattini col pelo arruffato scattata proprio nella località di cui stai raccontando? E se ti concentrassi anche rispetto al testo sulle forme che introducono eventi insoliti o memorabili, credi che Google sarà (o sarebbe) in grado di accorgersene? 

Tutto si può realizzare, a patto che ne valga la pena. Se fossi un ingegnere di Google, un pensierino ce lo farei.