A Cosa Serve Fare Black Hat SEO?

by francesco 2.1K views0

Il mio articolo di oggi parte da alcune considerazioni sulla black hat, una branca della SEO che sviluppa tecniche per imbrogliare gli algoritmi di Google. Funziona ok, ma ne vale la pena?

black hat seo
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Imbrogliare un filo significa ingarbugliarlo in modo tale che non si riesca più a capire quale sia la testa e quale la coda, fondamentalmente lo si rende inservibile. A grandi linee è quello che succede ai cavi delle tue auricolari ogni volta che te li metti in tasca.

Premessa

Studiare la black hat è in assoluto la cosa più formativa che un SEO possa fare, perché se conosci il modo in cui si può imbrogliare Google, conosci Google. Se poi riesci a imbrogliarlo per molto tempo allora lo conosci bene. Tutti i SEO degni di questo nome hanno operato almeno per un periodo in questo modo, me compreso. Ma in cosa consiste?

In principio era il keyword stuffing, cioè il ripetere cento volte una parola chiave nello stesso contenuto di 300 parole, poi arrivò il cloacking, che tradotto liberamente sta per “rendere il web una cloaca” mostrando una pagina web agli utenti e un’altra al motore di ricerca. Poi arrivarono lo spam link su testi spinnati attraverso i PBN e infine i reindirizzamenti 301 dai blog di uno stesso network verso il sito web da posizionare. In poche righe ho sintetizzato le pratiche più diffuse che i miei colleghi hanno applicato e applicano ancora su vasta scala, perché “altrimenti su certe serp non puoi arrivare”.

Ma davvero su certe serp non si può arrivare senza black hat?

Mai dire mai, certo è che nel momento in cui sulla stessa serp competono dieci siti web che si tirano addosso secchiate di questa robaccia, per Google diventa difficile decidere chi penalizzare e chi spingere avanti al di là del numero di link in ingresso che ottiene. Quando tante persone dicono fesserie ad alta voce, se tu dici la cosa giusta in silenzio, le tue parole non possono essere udite. In quel contesto si fa sentire di volta in volta chi grida più forte. La black hat SEO ti insegna ad ammazzare gli scarafaggi con il fucile a pallettoni. Arma efficace, che tuttavia tende a rovinare anche il pavimento e le pareti circostanti. Chiara la metafora?

Per comprendere Google dobbiamo distruggerlo?

Quella di smontare le cose per guardarci dentro è certamente l’attitudine dei grandi scopritori, degli esploratori, insomma, ti invito in ogni momento a smontare la realtà per capire com’è fatta, ma se per comprendere l’universo devi distruggere intere galassie, allora fermati un momento e rifletti sul fatto che il tuo successo “sporco” sul web può fare la differenza tra un motore di ricerca che aiuta le persone ed uno che somiglia più ad una bisca clandestina, in cui decine di giocatori senza scrupoli si misurano gli uni contro gli altri in una partita che non avrà mai fine e che sicuramente non migliorerà la vita delle persone, cioè forse solo quella di alcune, ma per quanto?

Ma io vado avanti perché funziona

Certo che funziona, altrimenti stamattina starei perdendo il mio tempo a scrivere quest’articolo. Anche rapinare una banca funziona, ma non è detto che sia la cosa giusta da fare! Tecnicamente, rendere più visibile di altri un documento web senza valore è una specie di truffa ai danni degli utenti, solo che tale truffa non viene sanzionata in sede civile o penale, ma solo con il ban o la penalizzazione da Google, cosa poco rilevante per chi fa black, armato com’è di decine (o centinaia) di siti web da immolare come soldati da mandare al fronte.

Conclusioni, imbrogliamo gli imbroglioni

A me la guerra non piace, mettiamola così. Per questo motivo oggi studio il modo di far emergere documenti web in serp sulla base dei significati che sviluppano e non dei link che ottengono (sia chiaro che i link veri sono un’altra cosa). È possibile posizionarsi bene per “debiti” o per “finanziamenti” o per “assicurazioni” o per “hotel Parigi”, senza fare black hat? Io dico di sì, perché i miei riscontri me ne danno la certezza già da tempo. Tutto sta nell’osservare da un lato come si compongono le pagine web meglio posizionate, senza fermarsi al fatto che appartengono a siti trust e quindi devono stare lì in alto solo in virtù di questo. Dall’altro lato occorre capire come fare la differenza giocando sui significati e la semantica del testo. Tra qualche giorno a Cagliari porterò un case study “pazzesco” in cui dimostrerò come si possa arrivare a competere sulle stesse serp popolate da siti molto trust a partire da un contenuto con poco testo, puntando sulla spinta di contenuti “pilastro” interni allo stesso sito web.

Per fare black hat occorrono astuzia e preparazione. Per fare Green hat, occorrono intuito e leggerezza. Se li possiedi, ti do il benvenuto nel mio giardino.